Protection
La vita di Jeanne descritta da Guy de Maupassant nel suo primo romanzo, Une vie, sembra segnata da un continuo equivoco del concetto di protezione. Sensazione, questa, che emerge pur tenendo conto del contesto storico e sociale nel quale la narrazione è stata concepita ed al quale fa riferimento, evidentemente lontano da quello odierno ed impiantato su convenzioni e regole ben diverse da quelle attuali. Infatti, attraverso la mirabile narrazione dell’autore francese, il tema in questione si manifesta in tutta la sua insita ambiguità, indipendentemente dai luoghi e dai tempi descritti nel testo, confermando l’assoluta attualità del lavoro di Maupassant e delle argomentazioni che esso affronta. Il libro narra l’esistenza della protagonista segnata, dalla giovinezza alla vecchiaia, dagli incerti, a volte enigmatici rapporti con le persone che la circondano, in primis il padre, il marito ed il figlio. Rapporti ove il valore semantico del termine “protezione” oscilla costantemente tra il senso più positivo del termine (prendere cura, dare conforto, riparare cose e persone allo scopo di difenderle da ciò che potrebbe recare loro danno…. in riferimento tanto all’essere umano quanto alla natura) ed il suo opposto, vale a dire qualcuno o qualcosa (il soggetto più adulto, un responsabile precostituito…) che stabilisce le sorti altrui, dell’individuo o della natura: in sintesi, una sorta di patriarcato ove l’atto di custodia, anche se generato dalle migliori intenzioni, si trasforma facilmente in possesso, dominio, padronanza. I contenuti di Une vie, rivisti e attualizzati, sembrano rivivere nelle opere presentate da Claire Fontaine (collettivo artistico fondato a Parigi nel 2004 da Fulvia Carnevale e James Thornhill, da sempre impegnato a riflettere su tematiche universali come la politica, la religione, la violenza, le differenze di genere, il ruolo della donna nel contesto sociale attraverso un variegato insieme di modalità espressive: scultura, disegno, fotografia, scrittura, installazioni, video, performance…) per la mostra odierna. Claire Fontaine, che si è già confrontata con l’argomento (si pensi, ad esempio, a Patriarchy = CO2 o a Patriarchy kills love, entrambe del 2020), afferma, “si immagina la protezione come un gesto caritatevole verso il più debole, invece può essere un modo per non farlo progredire e per non permettergli di affrontare il mondo, non permettendo al mondo di sviluppare la compassione necessaria affinché forme di vita diverse possano arricchirci. La protezione è l’idea centrale del patriarcato, l’amore come dipendenza non solo affettiva ma psicologica, economica, fisica, cosicché il controllo della persona amata diventa invalidante e la rende sempre più dipendente da chi alla fine, per poterla amare, le impedisce di vivere. Nel nostro testo Women raise the upraising abbiamo teorizzato che la maternità non è una forma di protezione, ma una scienza dell’emancipazione e dell’auto-abolizione della madre in quanto figura di cura e di dipendenza. Il fine della madre è diventare superflua in quanto tale, è emancipare i figli e le figlie, altrimenti il suo lavoro di cura è fallito. La protezione è al centro del vocabolario mafioso proprio perché di fatto la mafia – in quanto organizzazione patriarcale per eccellenza – promette protezione da se stessa di fatto quello che accade a chi rompe un patto in cui è protetto è che si ritrova esposto alla vendetta di chi lo proteggeva più che alla violenza di coloro da cui doveva essere protetto”. Parole, queste, che trovano eco nei lavori in mostra, vari per data e tipologia e idealmente raccordati tra loro da Newsfloor (Il Manifesto) (2018). L’installazione, composta da una sequenza di fogli di giornale, ricopre per intero il pavimento dello spazio espositivo; il visitatore, calpestandola (non avendo essa alcuna copertura), imprime idealmente la propria impronta tanto sui contenuti del quotidiano quanto sull’opera d’arte contribuendo, così, a ridefinirne indirettamente il senso ed a rimetterne in discussione la sacralità. Untitled (Protection) e Untitled (It’s only 4 degrees) sono due lightbox del 2018 appartenenti alla serie dei lightbox “fratturati” in cui le fessure fanno parte integrante dell’immagine. Il primo riproduce una miniatura medievale ove una donna si rifugia tra le braccia di un diavolo, il secondo, un’immagine termica della terra. Ad esse si affianca Passe-Partout (Palermo) (2018-20), un assemblaggio di chiavi da fabbro ed altri strumenti destinati ad aprire luoghi inaccessibili o privati, strutture inesplorate e, in senso metaforico, a svelare misteri di altra natura, come quelli legati alla creazione artistica ed all’esercizio intellettuale. Le tre opere evocano, ciascuna a proprio modo, un’idea di sostegno coatto, di aiuto non richiesto e forzosamente concesso: quello equivoco ed elusivo del demone alla fanciulla; quello spesso evocato ma mai realizzato dell’umanità alla natura; quello delle associazioni a delinquere e mafiose alla comunità civile.
Un dialogo virtuale con altri artisti è alla base di altre due creazioni, Untitled (Don’t fix it) (2018) e Protect me from what I don’t want (2020-23). Anch’esse sviluppano il concetto di tutela, l’una in senso figurato, l’atra verbale. La prima è un lightbox che riproduce la Mariée mise à nu par ses célibataires, même, meglio nota come Le Grand Verre, di Marcel Duchamp, e, in superficie, moltiplica le incrinature già esistenti sull’originale di Duchamp (durante un trasporto, le due lastre di vetro di cui si compone l’opera, si ruppero. Il danno venne scoperto solo in seguito e l’autore volle che le lesioni rimanessero visibili considerandole un intervento del caso). Come dice Claire Fontaine “nella nostra citazione de Le Grand Verre sono raddoppiate dalle fessure dell’irreparabile che costituiscono l’idea cardine della serie dei lightbox ‘rotti’ – schermi non interattivi né attivi, quasi un simulacro di uno schermo fuori uso ma ancora illuminato, un monito sul futuro che ci attende”. L’altra è un omaggio al truismo espresso da Jenny Hozer nel suo omologo motto e si sviluppa sotto forma di un lavoro luminoso che, compositivamente, rievoca la scritta Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) posta all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. L’articolazione semantica che in questo caso assume il concetto di tutela (da sé, dagli altri, da quanto il contesto sociale offre o impone) è enfatizzata dalla la luce che l’autrice spesso adotta come mezzo di seduzione attraverso cui coinvolgere integralmente gli spettatori toccandone ogni sfera sensoriale – intellettuale, percettiva, fisico/ambientale – per indurli a riflettere sul tema delle relazioni tra gli individui e i codici etici e relazionali, ad esempio, quelli verbali o visivi, attraverso cui esse convenzionalmente si esplicitano.
Anche Liber* Tutt* (2023) è una scritta luminosa e, come dichiara Claire Fontaine, “è un inno alla liberazione da quello che Foucault in Che cos’è l’illuminismo? chiama lo stato di minorità dell’umanità, un invito a sbarazzarsi dei padri padroni simbolici e vivere una vita libera finanche dagli stereotipi di genere che sono i primi a infeudarci a questa situazione”.
Con essa si chiude – o si apre, a seconda del senso di visita- l’esposizione, percorrendo la quale tornano alla mente personaggi e situazioni delineate da Maupassant in Une vie, percependo come la nozione di soccorso, vero leitmotiv del testo, attraversa trasversalmente la narrazione, mutando continuamente circostanze ed interpreti. Pertanto, Jeanne da “oggetto” delle attenzioni a volte ossessive a volte miopi da parte del padre, il barone Simone-Jacques Le Perthuis, e di quelle a volte dispotiche a volte ingannevoli da parte del marito, il visconte Julien de Lamare, si trasforma, a sua volta, in “soggetto” di cure ora sconsiderate ora inesperte nei confronti del figlio, Paul… e così via: in soluzione esponenziale il binomio aiuto-patriarcato tocca tutti i personaggi del libro, dalla domestica Rosalie alla zia Lisette alla piccola nipote, incidendo, ieri come oggi, sull’esistenza di ognuno, così come Claire Fontaine ricorda.
Pier Paolo Pancotto
La vita di Jeanne descritta da Guy de Maupassant nel suo primo romanzo, Une vie, sembra segnata da un continuo equivoco del concetto di protezione. Sensazione, questa, che emerge pur tenendo conto del contesto storico e sociale nel quale la narrazione è stata concepita ed al quale fa riferimento, evidentemente lontano da quello odierno ed impiantato su convenzioni e regole ben diverse da quelle attuali. Infatti, attraverso la mirabile narrazione dell’autore francese, il tema in questione si manifesta in tutta la sua insita ambiguità, indipendentemente dai luoghi e dai tempi descritti nel testo, confermando l’assoluta attualità del lavoro di Maupassant e delle argomentazioni che esso affronta. Il libro narra l’esistenza della protagonista segnata, dalla giovinezza alla vecchiaia, dagli incerti, a volte enigmatici rapporti con le persone che la circondano, in primis il padre, il marito ed il figlio. Rapporti ove il valore semantico del termine “protezione” oscilla costantemente tra il senso più positivo del termine (prendere cura, dare conforto, riparare cose e persone allo scopo di difenderle da ciò che potrebbe recare loro danno…. in riferimento tanto all’essere umano quanto alla natura) ed il suo opposto, vale a dire qualcuno o qualcosa (il soggetto più adulto, un responsabile precostituito…) che stabilisce le sorti altrui, dell’individuo o della natura: in sintesi, una sorta di patriarcato ove l’atto di custodia, anche se generato dalle migliori intenzioni, si trasforma facilmente in possesso, dominio, padronanza. I contenuti di Une vie, rivisti e attualizzati, sembrano rivivere nelle opere presentate da Claire Fontaine (collettivo artistico fondato a Parigi nel 2004 da Fulvia Carnevale e James Thornhill, da sempre impegnato a riflettere su tematiche universali come la politica, la religione, la violenza, le differenze di genere, il ruolo della donna nel contesto sociale attraverso un variegato insieme di modalità espressive: scultura, disegno, fotografia, scrittura, installazioni, video, performance…) per la mostra odierna. Claire Fontaine, che si è già confrontata con l’argomento (si pensi, ad esempio, a Patriarchy = CO2 o a Patriarchy kills love, entrambe del 2020), afferma, “si immagina la protezione come un gesto caritatevole verso il più debole, invece può essere un modo per non farlo progredire e per non permettergli di affrontare il mondo, non permettendo al mondo di sviluppare la compassione necessaria affinché forme di vita diverse possano arricchirci. La protezione è l’idea centrale del patriarcato, l’amore come dipendenza non solo affettiva ma psicologica, economica, fisica, cosicché il controllo della persona amata diventa invalidante e la rende sempre più dipendente da chi alla fine, per poterla amare, le impedisce di vivere. Nel nostro testo Women raise the upraising abbiamo teorizzato che la maternità non è una forma di protezione, ma una scienza dell’emancipazione e dell’auto-abolizione della madre in quanto figura di cura e di dipendenza. Il fine della madre è diventare superflua in quanto tale, è emancipare i figli e le figlie, altrimenti il suo lavoro di cura è fallito. La protezione è al centro del vocabolario mafioso proprio perché di fatto la mafia – in quanto organizzazione patriarcale per eccellenza – promette protezione da se stessa di fatto quello che accade a chi rompe un patto in cui è protetto è che si ritrova esposto alla vendetta di chi lo proteggeva più che alla violenza di coloro da cui doveva essere protetto”. Parole, queste, che trovano eco nei lavori in mostra, vari per data e tipologia e idealmente raccordati tra loro da Newsfloor (Il Manifesto) (2018). L’installazione, composta da una sequenza di fogli di giornale, ricopre per intero il pavimento dello spazio espositivo; il visitatore, calpestandola (non avendo essa alcuna copertura), imprime idealmente la propria impronta tanto sui contenuti del quotidiano quanto sull’opera d’arte contribuendo, così, a ridefinirne indirettamente il senso ed a rimetterne in discussione la sacralità. Untitled (Protection) e Untitled (It’s only 4 degrees) sono due lightbox del 2018 appartenenti alla serie dei lightbox “fratturati” in cui le fessure fanno parte integrante dell’immagine. Il primo riproduce una miniatura medievale ove una donna si rifugia tra le braccia di un diavolo, il secondo, un’immagine termica della terra. Ad esse si affianca Passe-Partout (Palermo) (2018-20), un assemblaggio di chiavi da fabbro ed altri strumenti destinati ad aprire luoghi inaccessibili o privati, strutture inesplorate e, in senso metaforico, a svelare misteri di altra natura, come quelli legati alla creazione artistica ed all’esercizio intellettuale. Le tre opere evocano, ciascuna a proprio modo, un’idea di sostegno coatto, di aiuto non richiesto e forzosamente concesso: quello equivoco ed elusivo del demone alla fanciulla; quello spesso evocato ma mai realizzato dell’umanità alla natura; quello delle associazioni a delinquere e mafiose alla comunità civile.
Un dialogo virtuale con altri artisti è alla base di altre due creazioni, Untitled (Don’t fix it) (2018) e Protect me from what I don’t want (2020-23). Anch’esse sviluppano il concetto di tutela, l’una in senso figurato, l’atra verbale. La prima è un lightbox che riproduce la Mariée mise à nu par ses célibataires, même, meglio nota come Le Grand Verre, di Marcel Duchamp, e, in superficie, moltiplica le incrinature già esistenti sull’originale di Duchamp (durante un trasporto, le due lastre di vetro di cui si compone l’opera, si ruppero. Il danno venne scoperto solo in seguito e l’autore volle che le lesioni rimanessero visibili considerandole un intervento del caso). Come dice Claire Fontaine “nella nostra citazione de Le Grand Verre sono raddoppiate dalle fessure dell’irreparabile che costituiscono l’idea cardine della serie dei lightbox ‘rotti’ – schermi non interattivi né attivi, quasi un simulacro di uno schermo fuori uso ma ancora illuminato, un monito sul futuro che ci attende”. L’altra è un omaggio al truismo espresso da Jenny Hozer nel suo omologo motto e si sviluppa sotto forma di un lavoro luminoso che, compositivamente, rievoca la scritta Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) posta all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. L’articolazione semantica che in questo caso assume il concetto di tutela (da sé, dagli altri, da quanto il contesto sociale offre o impone) è enfatizzata dalla la luce che l’autrice spesso adotta come mezzo di seduzione attraverso cui coinvolgere integralmente gli spettatori toccandone ogni sfera sensoriale – intellettuale, percettiva, fisico/ambientale – per indurli a riflettere sul tema delle relazioni tra gli individui e i codici etici e relazionali, ad esempio, quelli verbali o visivi, attraverso cui esse convenzionalmente si esplicitano.
Anche Liber* Tutt* (2023) è una scritta luminosa e, come dichiara Claire Fontaine, “è un inno alla liberazione da quello che Foucault in Che cos’è l’illuminismo? chiama lo stato di minorità dell’umanità, un invito a sbarazzarsi dei padri padroni simbolici e vivere una vita libera finanche dagli stereotipi di genere che sono i primi a infeudarci a questa situazione”.
Con essa si chiude – o si apre, a seconda del senso di visita- l’esposizione, percorrendo la quale tornano alla mente personaggi e situazioni delineate da Maupassant in Une vie, percependo come la nozione di soccorso, vero leitmotiv del testo, attraversa trasversalmente la narrazione, mutando continuamente circostanze ed interpreti. Pertanto, Jeanne da “oggetto” delle attenzioni a volte ossessive a volte miopi da parte del padre, il barone Simone-Jacques Le Perthuis, e di quelle a volte dispotiche a volte ingannevoli da parte del marito, il visconte Julien de Lamare, si trasforma, a sua volta, in “soggetto” di cure ora sconsiderate ora inesperte nei confronti del figlio, Paul… e così via: in soluzione esponenziale il binomio aiuto-patriarcato tocca tutti i personaggi del libro, dalla domestica Rosalie alla zia Lisette alla piccola nipote, incidendo, ieri come oggi, sull’esistenza di ognuno, così come Claire Fontaine ricorda.
Pier Paolo Pancotto

















