miart 2026
Informazioni sul booth

La presentazione di Alfredo Pirri a miart si articola come un vero e proprio dispositivo espositivo, in cui il booth della galleria SECCI è trasformato in un ambiente immersivo che interroga criticamente il rapporto tra visione, architettura e presenza del pubblico. Al centro del progetto, l’intervento site specific a pavimento in specchi calpestabili, erede diretto del ciclo storico Passi, riallestito di recente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, introduce nello spazio fieristico una dimensione di instabilità percettiva e di riflessione – letterale e metaforica – sulla condizione dello sguardo contemporaneo. L’opera non si limita a “occupare” il pavimento, ma lo rifonda come soglia fragile, in cui ogni gesto del visitatore lascia una traccia, una frattura, una micro-storia di passaggio.

Fin dagli anni Ottanta, la ricerca di Pirri si colloca in un territorio liminale tra pittura, scultura e architettura, rifiutando la distinzione netta tra opera autonoma e spazio espositivo. La sua pratica assume la forma di una estensione della pittura nello spazio, in cui il colore non è più soltanto superficie ma atmosfera, campo di forze, luogo di attrito tra corpo e immagine. I materiali – dal vetro allo specchio, dal metacrilato al legno, dalla carta all’acquerello – vengono costantemente messi alla prova nella loro capacità di trattenere o disperdere la luce, di assorbire o restituire il movimento di chi guarda. In questa prospettiva, Passi rappresenta un momento paradigmatico: un’opera che vive nel rischio del danneggiamento, nell’inevitabile incrinatura, trasformando la vulnerabilità del supporto in componente essenziale dell’esperienza estetica.

Nel contesto di miart, questo dispositivo a pavimento entra in dialogo con una selezione di opere a parete che restituiscono la continuità e la complessità del lessico visivo di Pirri. Serie storiche e lavori più recenti – dalle stratificazioni cromatiche su carta alle strutture in metacrilato, dalle geometrie sospese alla densità materica delle campiture – costruiscono una costellazione di immagini che non si propongono come semplici “quadri”, ma come superfici di soglia, membrane attraversate dalla luce. La pittura, pur restando fedele alla sua dimensione bidimensionale, sembra sempre sul punto di farsi volume, di debordare nello spazio, di contaminare il campo percettivo del visitatore. In questo senso, le opere a parete non “illustrano” il pavimento specchiante, ma ne amplificano la portata concettuale, inscrivendo il gesto del camminare entro una più ampia riflessione sul vedere.

La dimensione critica del progetto emerge in modo particolare dal modo in cui Pirri mette in tensione la natura commerciale della fiera con un’esperienza percettiva che eccede la logica dell’oggetto. Lo stand, collocato nella sezione Established, non si configura come un semplice contenitore di opere ma come un ambiente che chiede tempo, attenzione, disponibilità a lasciarsi destabilizzare. Il riflesso frammentato del corpo del visitatore, l’impossibilità di una visione unitaria, la continua oscillazione tra attrazione luminosa e consapevolezza della fragilità del supporto producono una situazione in cui l’opera esiste tanto nello spazio fisico quanto nella coscienza di chi la attraversa. L’atto del camminare, del sostare, del cercare un punto di vista “giusto” – che non esiste mai del tutto – diventa così parte integrante della costruzione di senso.

Allo stesso tempo, il progetto afferma la specificità di una ricerca che, pur radicata nella storia della pittura italiana e in dialogo con le esperienze dell’installazione e del minimalismo, rivendica una forte componente poetica e politica. Poetica, perché in Pirri la luce non è mai un mero effetto, ma una forma di scrittura dello spazio, una grammatica che organizza i rapporti tra corpi, superfici e vuoto. Politica, perché il dispositivo specchiante non restituisce una soggettività narcisisticamente confermata, ma la espone alla frammentazione, alla perdita di centralità, alla coesistenza con gli altri corpi che condividono lo stesso campo visivo. La comunità temporanea che si costituisce all’interno dello stand – fatta di passi, soste, esitazioni – diventa parte della drammaturgia dell’opera.

In un momento storico in cui l’immagine è ovunque disponibile, piatta e immediata, il progetto di Alfredo Pirri a miart insiste invece sulla dimensione incarnata, rischiosa e processuale del vedere. Lo specchio incrinato, il riflesso instabile, la pittura che si fa ambiente affermano la necessità di un’esperienza dell’arte come esercizio di attenzione e di consapevolezza, come occasione per interrogare non solo ciò che si guarda ma il modo in cui lo si guarda. In questa prospettiva, il solo show di Pirri non è soltanto la presenza di un artista storicamente rilevante all’interno della fiera, ma l’attivazione di uno spazio critico in cui l’architettura, il corpo e la luce sono chiamati a misurarsi con la loro stessa possibilità di apparire.

La presentazione di Alfredo Pirri a miart si articola come un vero e proprio dispositivo espositivo, in cui il booth della galleria SECCI è trasformato in un ambiente immersivo che interroga criticamente il rapporto tra visione, architettura e presenza del pubblico. Al centro del progetto, l’intervento site specific a pavimento in specchi calpestabili, erede diretto del ciclo storico Passi, riallestito di recente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, introduce nello spazio fieristico una dimensione di instabilità percettiva e di riflessione – letterale e metaforica – sulla condizione dello sguardo contemporaneo. L’opera non si limita a “occupare” il pavimento, ma lo rifonda come soglia fragile, in cui ogni gesto del visitatore lascia una traccia, una frattura, una micro-storia di passaggio.

Fin dagli anni Ottanta, la ricerca di Pirri si colloca in un territorio liminale tra pittura, scultura e architettura, rifiutando la distinzione netta tra opera autonoma e spazio espositivo. La sua pratica assume la forma di una estensione della pittura nello spazio, in cui il colore non è più soltanto superficie ma atmosfera, campo di forze, luogo di attrito tra corpo e immagine. I materiali – dal vetro allo specchio, dal metacrilato al legno, dalla carta all’acquerello – vengono costantemente messi alla prova nella loro capacità di trattenere o disperdere la luce, di assorbire o restituire il movimento di chi guarda. In questa prospettiva, Passi rappresenta un momento paradigmatico: un’opera che vive nel rischio del danneggiamento, nell’inevitabile incrinatura, trasformando la vulnerabilità del supporto in componente essenziale dell’esperienza estetica.

Nel contesto di miart, questo dispositivo a pavimento entra in dialogo con una selezione di opere a parete che restituiscono la continuità e la complessità del lessico visivo di Pirri. Serie storiche e lavori più recenti – dalle stratificazioni cromatiche su carta alle strutture in metacrilato, dalle geometrie sospese alla densità materica delle campiture – costruiscono una costellazione di immagini che non si propongono come semplici “quadri”, ma come superfici di soglia, membrane attraversate dalla luce. La pittura, pur restando fedele alla sua dimensione bidimensionale, sembra sempre sul punto di farsi volume, di debordare nello spazio, di contaminare il campo percettivo del visitatore. In questo senso, le opere a parete non “illustrano” il pavimento specchiante, ma ne amplificano la portata concettuale, inscrivendo il gesto del camminare entro una più ampia riflessione sul vedere.

La dimensione critica del progetto emerge in modo particolare dal modo in cui Pirri mette in tensione la natura commerciale della fiera con un’esperienza percettiva che eccede la logica dell’oggetto. Lo stand, collocato nella sezione Established, non si configura come un semplice contenitore di opere ma come un ambiente che chiede tempo, attenzione, disponibilità a lasciarsi destabilizzare. Il riflesso frammentato del corpo del visitatore, l’impossibilità di una visione unitaria, la continua oscillazione tra attrazione luminosa e consapevolezza della fragilità del supporto producono una situazione in cui l’opera esiste tanto nello spazio fisico quanto nella coscienza di chi la attraversa. L’atto del camminare, del sostare, del cercare un punto di vista “giusto” – che non esiste mai del tutto – diventa così parte integrante della costruzione di senso.

Allo stesso tempo, il progetto afferma la specificità di una ricerca che, pur radicata nella storia della pittura italiana e in dialogo con le esperienze dell’installazione e del minimalismo, rivendica una forte componente poetica e politica. Poetica, perché in Pirri la luce non è mai un mero effetto, ma una forma di scrittura dello spazio, una grammatica che organizza i rapporti tra corpi, superfici e vuoto. Politica, perché il dispositivo specchiante non restituisce una soggettività narcisisticamente confermata, ma la espone alla frammentazione, alla perdita di centralità, alla coesistenza con gli altri corpi che condividono lo stesso campo visivo. La comunità temporanea che si costituisce all’interno dello stand – fatta di passi, soste, esitazioni – diventa parte della drammaturgia dell’opera.

In un momento storico in cui l’immagine è ovunque disponibile, piatta e immediata, il progetto di Alfredo Pirri a miart insiste invece sulla dimensione incarnata, rischiosa e processuale del vedere. Lo specchio incrinato, il riflesso instabile, la pittura che si fa ambiente affermano la necessità di un’esperienza dell’arte come esercizio di attenzione e di consapevolezza, come occasione per interrogare non solo ciò che si guarda ma il modo in cui lo si guarda. In questa prospettiva, il solo show di Pirri non è soltanto la presenza di un artista storicamente rilevante all’interno della fiera, ma l’attivazione di uno spazio critico in cui l’architettura, il corpo e la luce sono chiamati a misurarsi con la loro stessa possibilità di apparire.

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