Frieze Masters 2025

Titina Maselli. Corpi in tensione, icone in corsa
Nel panorama dell’arte italiana del secondo Novecento, Titina Maselli (Roma, 1924 – Roma, 2005) occupa una posizione singolare e radicale. Figlia dello storico dell’arte Ernesto Maselli e sorella del regista Francesco Maselli, cresce in un ambiente intellettuale denso di stimoli, frequentato da artisti, scrittori, musicisti. Fin da giovanissima si forma in modo autonomo, rifiutando scuole e accademie, preferendo un apprendistato visivo fatto di osservazione, lettura e confronto diretto con il reale. La pittura diventa presto per lei uno strumento non solo espressivo, ma analitico, attraverso cui leggere la città, il corpo, il tempo.
Maselli inizia a esporre già alla fine degli anni Quaranta, distinguendosi per un approccio che sfugge alle categorie tradizionali. Non aderisce né al neorealismo né all’astrazione informale; si tiene distante tanto dalla pittura colta quanto da quella engagé. Il suo linguaggio nasce invece da una visione personale e trasversale, nutrita dal cinema americano, dalla grafica pubblicitaria, dal dinamismo futurista, e da una sensibilità profondamente urbana. Fin da subito, sviluppa un’iconografia ossessiva e coerente, in cui emergono alcune figure chiave: tra queste, i calciatori e i pugili, protagonisti di molte delle sue opere dagli anni Cinquanta in poi.
Queste due tipologie di soggetti – apparentemente legate all’immaginario sportivo – sono in realtà metafore visive. I corpi degli atleti maselliani, colti nel pieno dello sforzo fisico, diventano simboli di una modernità esposta, tesa, contraddittoria. Non sono eroi, né tantomeno vincitori: sono figure sospese, spesso isolate, colte in un gesto che sembra eternamente trattenuto. Calciatori in corsa, lanciati in diagonali improbabili; pugili piegati su sé stessi, schiacciati da una luce impietosa: ogni postura è una forma di resistenza, non di trionfo. È la stessa luce che investe i suoi skyline urbani, i neon, i finestroni, le strade deserte: un’America immaginaria, filtrata dallo sguardo europeo, dove l’individuo si confronta con la spettacolarizzazione del quotidiano.
Maselli vive a Roma ma trascorre lunghi periodi a New York e Berlino, città in cui espone regolarmente e che influenzano profondamente la sua ricerca visiva. A New York, negli anni Sessanta, entra in contatto con il mondo della Pop Art, pur mantenendo sempre una distanza critica da quella cultura dell’immagine che sente troppo fredda, troppo complice del sistema. Nei suoi atleti, c’è piuttosto un’intensità esistenziale e politica che la avvicina semmai alla Neue Sachlichkeit tedesca, o a certi espressionismi urbani del primo Novecento.
La pittura di Maselli è stratificata e vibrante. Il disegno ha un ruolo centrale, come struttura nervosa su cui si innestano campiture di colore acido, sintetico, innaturale. I suoi fondali evocano spesso scenari urbani stilizzati: stadi vuoti, palazzoni, griglie architettoniche, luci artificiali. L’atleta è gettato dentro uno spazio quasi astratto, più mentale che reale. Il suo gesto è ripetuto, ricombinato, analizzato fino allo sfinimento. È qui che la pittura di Maselli si fa semiologica, capace di scomporre e ricomporre il corpo come un alfabeto visivo.
In questa prospettiva, calciatori e boxeur non sono soggetti, ma dispositivi: espressioni di una condizione umana compressa tra il bisogno di azione e l’impossibilità di compimento. Il loro dinamismo non porta a uno scopo, ma a una stasi accelerata. Sono immagini della corsa come fuga, della lotta come esistenza. La solitudine, in queste opere, non è psicologica, ma strutturale: ogni corpo è solo contro lo spazio, contro il tempo, contro sé stesso. Lo stand a Frieze Masters propone una selezione di opere incentrate su questa iconografia, per raccontare una delle ricerche più radicali e coerenti del secondo Novecento italiano. In queste tele, Maselli ci consegna una visione critica della modernità, in cui il corpo maschile – normalmente celebrato come icona di potenza – viene invece sottoposto a una spietata anatomia simbolica. I suoi atleti sono icone tragiche, attraversate da un pathos contemporaneo: sono noi, nel momento dello sforzo massimo, senza promessa di risultato. A distanza di decenni, il lavoro di Titina Maselli appare ancora sorprendentemente attuale: nella sua lucidità analitica, nella sua autonomia stilistica, nella sua capacità di leggere il corpo come luogo di conflitto e di significato. È una pittura che pulsa, interroga, resiste. Proprio come i suoi calciatori, come i suoi pugili: sempre in corsa, sempre in bilico, sempre sul punto di cadere – o di ripartire.
Sara Cirillo
Titina Maselli. Corpi in tensione, icone in corsa
Nel panorama dell’arte italiana del secondo Novecento, Titina Maselli (Roma, 1924 – Roma, 2005) occupa una posizione singolare e radicale. Figlia dello storico dell’arte Ernesto Maselli e sorella del regista Francesco Maselli, cresce in un ambiente intellettuale denso di stimoli, frequentato da artisti, scrittori, musicisti. Fin da giovanissima si forma in modo autonomo, rifiutando scuole e accademie, preferendo un apprendistato visivo fatto di osservazione, lettura e confronto diretto con il reale. La pittura diventa presto per lei uno strumento non solo espressivo, ma analitico, attraverso cui leggere la città, il corpo, il tempo.
Maselli inizia a esporre già alla fine degli anni Quaranta, distinguendosi per un approccio che sfugge alle categorie tradizionali. Non aderisce né al neorealismo né all’astrazione informale; si tiene distante tanto dalla pittura colta quanto da quella engagé. Il suo linguaggio nasce invece da una visione personale e trasversale, nutrita dal cinema americano, dalla grafica pubblicitaria, dal dinamismo futurista, e da una sensibilità profondamente urbana. Fin da subito, sviluppa un’iconografia ossessiva e coerente, in cui emergono alcune figure chiave: tra queste, i calciatori e i pugili, protagonisti di molte delle sue opere dagli anni Cinquanta in poi.
Queste due tipologie di soggetti – apparentemente legate all’immaginario sportivo – sono in realtà metafore visive. I corpi degli atleti maselliani, colti nel pieno dello sforzo fisico, diventano simboli di una modernità esposta, tesa, contraddittoria. Non sono eroi, né tantomeno vincitori: sono figure sospese, spesso isolate, colte in un gesto che sembra eternamente trattenuto. Calciatori in corsa, lanciati in diagonali improbabili; pugili piegati su sé stessi, schiacciati da una luce impietosa: ogni postura è una forma di resistenza, non di trionfo. È la stessa luce che investe i suoi skyline urbani, i neon, i finestroni, le strade deserte: un’America immaginaria, filtrata dallo sguardo europeo, dove l’individuo si confronta con la spettacolarizzazione del quotidiano.
Maselli vive a Roma ma trascorre lunghi periodi a New York e Berlino, città in cui espone regolarmente e che influenzano profondamente la sua ricerca visiva. A New York, negli anni Sessanta, entra in contatto con il mondo della Pop Art, pur mantenendo sempre una distanza critica da quella cultura dell’immagine che sente troppo fredda, troppo complice del sistema. Nei suoi atleti, c’è piuttosto un’intensità esistenziale e politica che la avvicina semmai alla Neue Sachlichkeit tedesca, o a certi espressionismi urbani del primo Novecento.
La pittura di Maselli è stratificata e vibrante. Il disegno ha un ruolo centrale, come struttura nervosa su cui si innestano campiture di colore acido, sintetico, innaturale. I suoi fondali evocano spesso scenari urbani stilizzati: stadi vuoti, palazzoni, griglie architettoniche, luci artificiali. L’atleta è gettato dentro uno spazio quasi astratto, più mentale che reale. Il suo gesto è ripetuto, ricombinato, analizzato fino allo sfinimento. È qui che la pittura di Maselli si fa semiologica, capace di scomporre e ricomporre il corpo come un alfabeto visivo.
In questa prospettiva, calciatori e boxeur non sono soggetti, ma dispositivi: espressioni di una condizione umana compressa tra il bisogno di azione e l’impossibilità di compimento. Il loro dinamismo non porta a uno scopo, ma a una stasi accelerata. Sono immagini della corsa come fuga, della lotta come esistenza. La solitudine, in queste opere, non è psicologica, ma strutturale: ogni corpo è solo contro lo spazio, contro il tempo, contro sé stesso. Lo stand a Frieze Masters propone una selezione di opere incentrate su questa iconografia, per raccontare una delle ricerche più radicali e coerenti del secondo Novecento italiano. In queste tele, Maselli ci consegna una visione critica della modernità, in cui il corpo maschile – normalmente celebrato come icona di potenza – viene invece sottoposto a una spietata anatomia simbolica. I suoi atleti sono icone tragiche, attraversate da un pathos contemporaneo: sono noi, nel momento dello sforzo massimo, senza promessa di risultato. A distanza di decenni, il lavoro di Titina Maselli appare ancora sorprendentemente attuale: nella sua lucidità analitica, nella sua autonomia stilistica, nella sua capacità di leggere il corpo come luogo di conflitto e di significato. È una pittura che pulsa, interroga, resiste. Proprio come i suoi calciatori, come i suoi pugili: sempre in corsa, sempre in bilico, sempre sul punto di cadere – o di ripartire.
Sara Cirillo
Installarion Views, Titina Maselli at Frieze Masters 2025. Ph Gabriele Abruzzese
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Installarion Views, Titina Maselli at Frieze Masters 2025. Ph Gabriele Abruzzese
Installarion Views, Titina Maselli at Frieze Masters 2025. Ph Gabriele Abruzzese
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